C’era
una volta... il Cinema di Genere, col quale
reinventavamo con poche lire i film stranieri a nostra immagine e
somiglianza, e… Ops! Chiedo scusa: ho usato il plurale, quando il
sottoscritto (classe 1966) all’epoca era
appena nato. Mi sono impropriamente assimilato a chi quei film li ha
inventati, forse perché sono cresciuto vedendoli.
Molti erano di Anthony
M. Dawson, precursore della Fantascienza all’italiana e
maestro dell’Horror goticheggiante (ma non
disdegnerei di ricordare qualche western: il suo connubio tra cowboys e
kung-fu Là dove non batte il Sole
(1974), anticipava di quasi trent’anni il
recente Pallottole
cinesi, con Jackie Chan).
Naturalmente,
allora non sapevo che dietro lo pseudonimo anglofono ci fosse l’italianissimo
Antonio Margheriti, così come non
avevo coscienza, allora, di appartenere all’ultima generazione che
avrebbe visto quei film al cinema. Nel 1983, ebbi il mio primo e
purtroppo unico incontro con Margheriti in persona, agli ex-studi De
Paolis sulla Via Tiburtina: ero un adolescente affamato di cinema e vidi
un uomo corpulento inginocchiato a “giocare” con modellini di treni (il
film era I Sopravvissuti della Città
morta, dove i modellini sarebbero
divenuti giganteschi vagoni devastati da esplosioni fiammeggianti).
Sembrava un bambino grande, grosso e molto serio, ancora così
innamorato del suo lavoro da starsene inginocchiato per terra a farsi i
trucchi da solo. Alcuni anni dopo, l’industria dopo lo avrebbe
emarginato nel limbo dei cineasti-fantasma.
So di alcuni
miei colleghi sceneggiatori, della mia stessa generazione, che non
conoscono i film di Margheriti e, quel che è peggio, non ci tengono a
tale conoscenza, il che la dice lunga su chi oggi fa cinema (ma
forse è più giusto dire ‘ficscion’).
E’ vero che
non tutto il cinema di genere merita la riscoperta indifferenziata che
se ne fa; ma, non scordiamocelo, i vari Margheriti, Castellari (il
mio papà artistico), Di Leo, Fulci & Co., hanno contribuito
ad educare tutta una progenie di registi americani che oggi ci
reinsegnano ad amarli.
La morte di Anthony
M. Dawson è passata quasi sotto silenzio. Abbiamo mandato
via i giganti del cinema popolare e ci siamo tenuti
i nani della tv fiscionara e dei film minimalisti. Ma io, di
quest’ingiustizia, non sono stato complice (semmai
vittima, sia come spettatore che come professionista) e non mi
unisco ai riscopritori dell’ultim’ora, perché amavo il cinema di
genere italiano prima che divenisse moda farlo.
Per me, Anthony M. Dawson resta il magnifico artigiano creatore
di mostri, vampiri, fantasmi ed alieni animati dal più potente degli
incantesimi.
...L’amore
per il cinema.
Lorenzo
De Luca