Debbo
molto ad Antonio Margheriti; posso dire che egli mi è stato maestro in
più settori della mia attività professionale.
Nel
1956, anno in cui ebbe inizio la nostra amicizia, il suo contributo
tecnico e organizzativo alla mia regia del film "Classe
di ferro" (con Renato Salvatori, Madeleine Fischer e Fausto
Cigliano) fu determinante per la riuscita del prodotto. Egli aveva per di
più condito, con quella vis comica che io non possedevo, la sceneggiatura
scritta insieme. L'anno successivo lo ebbi ancora come collaboratore in "Gambe
d'oro", film di tanto in tanto riproposto dalla televisione per
la presenza di Totò nel cast ma anche perché denunciava i guasti nei
rapporti di solidarietà fraterna tra i ragazzi di una squadra di
giocatori dilettanti, a causa del passaggio di alcuni di loro al
professionismo milionario. In questa occasione Margheriti, oltre ai
contributi già ricordati, offrì, a me del tutto digiuno di calcio, la
sua consulenza di ex portiere del Verona.
La
mia stima in lui era così cresciuta che, essendo io passato al ruolo di
produttore, subito gli affidai la regia del primo film italiano di
fantascienza: "Space
man". Qui si rivelò la sua vocazione principale, in grado di
tradurre, servendosi di mezzi artigianali costruiti con le sue stesse
mani, i fantasmi di una traboccante fantasia. Egli anticipava così gli
effetti speciali dei modelli giganteschi e dei meccanismi sofisticati; e
presagiva l'avvento della Fata Morgana che oggi ha invaso gli schermi
grazie all'elettronica e al digitale, in grado di realizzare immagini
materialmente inesistenti.
Debbo
dire che questi suoi meriti di pioniere sono stati ampiamente riconosciuti,
soprattutto all'estero dove si sono spesso organizzate rassegne di suoi
film e pubblicate ricche documentazioni delle sue opere. Per molti anni io
stesso ho visto riproporre frequentemente all'estero i frutti del suo
febbrile lavoro in tutto il mondo.
Mi
piace ricordare un suo film, da me prodotto, che per strane coincidenze
veniva trasmesso ogni volta che mi trovavo a New York da televisioni
indipendenti: "The
Outsider" (Il Pianeta degli Uomini Spenti NdR),
con la superba interpretazione di Claude Rains. Vi si evocava un mondo
irreale reso verosimile dall'efficacia di immagini proiettate in una
dimensione cosmica, ottenute con modellini e giocattoli sul tavolo di un
modesto capannone davanti a un piccolo panorama-cielo.
Al
gioco fantascientifico egli aggiunse quello dell'orrore per il quale
ottenne consensi dal pubblico e apprezzamenti dalla critica, come nel caso
di "Danza
macabra" del 1963.
Non
potevano mancare al foltissimo elenco delle sue opere, thriller e film di
azione con cui consolidò la sua presenza ovunque e in particolare negli
Stati Uniti. Grazie anche alla sua capacità di socializzare egli si
avvalse della assidua partecipazione di interpreti come Yul Brynner, Lee
Van Cleef, Karen Black, Margeaux Hemingway, Marisa Berenson, Lee Major,
James Franciscus e molti altri.
I
suoi film non proponevano contenuti velleitari né formalismi pretenziosi;
narravano storie con il giusto ritmo reso attraverso il montaggio che è
l'elemento essenziale del linguaggio cinematografico. Nonostante egli
realizzasse opere di una spettacolarità suggestiva impiegando mezzi
modesti, nessuno avrebbe potuto accusarlo di quel provincialismo
esterofilo che rende inaccettabili le imitazioni; al contrario si può
dire che egli aveva un mercato internazionale accogliente.
Il
merito principale di Antonio Margheriti, conosciuto soprattutto con lo
pseudonimo di Anthony M. Dawson, è quello di essersi schierato a favore
di quello dei due generi cinematografici che fin dalle loro origini sono
messi reciprocamente a un confronto spesso inavvertito dal pubblico e
talvolta persino dalla critica. Da una parte è il documentario
rappresentato da Lumière inteso come riproduzione e manipolazione
fotografiche delle apparenze della realtà fisica; dall'altra è
l'immaginario, il cui padre fu Méliès, inteso come invenzione e
trasfigurazione delle apparenze. Nelle due poetiche si è affermata per
decenni la prevalenza di Lumière;
Méliès,
tuttavia, dopo esperienze impressionistiche e sortite surrealistiche va
ottenendo risultati sempre più fantastici, grazie alla accresciuta
possibilità di scrollarsi di dosso ogni condizionamento proposto dalla
visione obiettiva della realtà. Contribuisce a tanto il progressivo
sviluppo del linguaggio delle immagini destinato a sostituirsi alla
egemonia del linguaggio della parola. Tutto ciò corrisponde in fondo alla
vocazione primaria della cinematografia, nata muta e perciò comprensibile
in tutto il pianeta senza bisogno di mediazioni.
Antonio
Margheriti fa parte della stirpe dei visionari. Io che gli sono stato
vicino in più occasioni posso testimoniarlo, in parte direttamente, in
parte per la convinzione di essere penetrato nel suo mondo segreto.
Adolescente
egli percorreva a piedi le strade ferrate che parevano dirigersi
all'infinito; seguiva suo padre incaricato di controllare, stabilire o
modificare il tracciato delle curve delle rotaie perché i treni fossero
sottratti alla forza centripeta anche a velocità sostenute. Sono certo
che il ragazzo Antonio arricchiva con la sua fantasia il privilegio di
accompagnare suo padre lungo i binari del mondo. Di lì ha avuto origine
il suo immaginario sostenuto dai calcoli che con le loro leggi fisiche
rendono valide le invenzioni ideali salvandole da ogni gratuità
arbitraria. Non a caso i suoi film sono percorsi da treni come bolidi; non
a caso dalle rampe di lancio le sue astronavi sfidano lo spazio
interstellare; non a caso dalla sua solitudine errabonda e meditabonda
nasce il brivido del mistero o la nostalgia per la favola perduta.
Mi
piace ricordare l'amico fraterno Antonio per la sua capacità artigianale,
ma anche per il riserbo e la modestia con cui nascondeva la sua
aspirazione alla poesia che è intuizione di una verità immaginaria.
Turi
Vasile