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Ultimo Addio

 

Lettera di Ernesto Gastaldi. Pubblicata il 5 novembre 2002.

 

Sapete come si dice... "Ci si sente vecchi quando gli amici cominciano a morire..." e i miei hanno cominciato da un pezzo... Ieri è morto il regista, mio amico da 40 anni, Antonio Margheriti. Magari vi interessa un ricordo:  

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"Tu sei, tu sei... sei...", cominciavano sempre così, negli ultimi vent'anni, i miei incontri con Antonio Margheriti. "Tu sei...? è che io ho quella malattia... come si chiama...?? L'arterio....???" e ci si abbracciava sghignazzando.  L'ultimo incontro è avvenuto a Marzo di quest'anno a La Sapienza di Roma, dove abbiamo tenuto insieme una conferenza alla Facoltà di Lettere Moderne sul Cinema di Fantascienza e di paura. Antonio era un genio anche se recitava la parte dell'umile artigiano e si divertì molto quando io aprii la conferenza dicendo che se lui era il grande regista io,  quando scrivevo i suoi copioni, ero Shakespeare. 

 

Io ed Antonio ci incontrammo la prima volta negli uffici di Luciano Martino, non ricordo se fu nel 1961 o nel 1962. Io ero sposato da poco e mia moglie Mara Maryl, aveva scritto un raccontino di fantascienza intitolato "Il Pianeta degli Uomini Spenti". Ad Antonio piacque il titolo e ci chiese di poterlo usare per un suo film. Un anno dopo, o giù di lì, Luciano Martino debuttò nella produzione cinematografica con una mia sceneggiatura intitolata "I Giganti di Roma" e Margheriti venne chiamato per dirigerla. Antonio era nella sua fase alcolica, beveva molto ma non era mai ubriaco, girava con una fiaschetta di whisky nella tasca posteriore dei pantaloni e di tanto in tanto ingollava un sorso, con una smorfia di assoluto disgusto. Ci mise qualche anno, ma poi smise di bere .

 

Sul set era bravissimo a risolvere situazioni disperate con piccoli geniali trucchi, come quando , per un film di Fantascienza creò un modellino di una base su Venere usando alcune scatole di fiammiferi svedesi posate su un piano di vetro coperto di colla di pesce illuminata da sotto con una luce rossa che la faceva sembrare incandescente: un effettone.  Antonio ha diretto film di ogni genere, circa una sessantina, quasi tutti di buon esito commerciale, da "Spacemen" a "I lunghi capelli della Morte" a "L'Isola del Tesoro". Apparteneva a quel nostro cinema, sottovalutato dalla critica italiana ma ben valutato nel resto del pianeta, che manteneva in piedi l'industria cinematografica italiana e permetteva agli "artisti" di poter fare le loro opere d'arte.  Quel cinema che fece affluire in Italia fiumi di valuta pregiata e che ci permise di produrre per molti anni al ritmo di oltre trecento film l'anno. Perché il Cinema è un'industria di prototipi e nessuno è mai certo della qualità di un singolo prodotto, però se si producono trecento film, è assolutamente sicuro che una cinquantina saranno buoni ed una decina ottimi.  Ma se di film se ne producono solo cinquanta, rischiano di essere tutti miseri,con pochi mezzi, bruttini e senza sbocchi di mercato.  Oggi l'industria cinematografica non esiste più, distrutta negli anni ottante dalla folle messa in onda di decine e decine di film sugli schermi TV pubblici e privati, che hanno fatto perdere alla nostra economia almeno cinquantamila posti di lavoro... anche se di questo, nelle campagne elettorali, nessuno parla!

 

Un rimpianto per un vecchio progetto di Antonio mai realizzato, "Il Terremoto di Messina". Io e Pizzi scrivemmo un grosso copione, e Sofia Loren doveva essere l'interprete di uno degli episodi più importanti. Antonio era gasatissimo. Ci provarono a produrlo sia Carlo Ponti che Goffredo Lombardo ed ultimo io, che tentai di co-produrlo con la Lenfilm di Leningrado, pochi mesi prima che diventasse la San Pietro Film di San Pietroburgo ed il rublo carta straccia.  C'eravamo incontrati ancora, Antonio ed io, nell'autunno del 2001 perché il vecchio produttore Turi Vasile pareva intenzionato a riprovarci. Non lo sapevamo, ma sentivamo che non avevamo più tempo sufficiente.

 

Antonio se n'è andato, e con lui quel cinema artigiano che permise al cinema italiano di diventare grande. 

 

Ernesto Gastaldi

 

 

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Sito aggiornato al: 01 gennaio 2005