Lettera
di Federico Patrizi
(Giovane amico ed estimatore di Antonio)
Chi
scrive ha avuto la fortuna e l’onore di stare accanto al cineasta nel
suo ultimo anno di vita.
Tante
le passeggiate e le chiacchierate condivise, intrise di ricordi e di
sguardi volti ad un passato adito a non rimaner tale. Da Riccardo
Gualino della Lux Film, all’operatore feticcio Riccardo Pallottini,
morto tragicamente durante la lavorazione di un suo film, da un deciduo
Lee Van Cleef, riesumato splendidamente per Controrapina, al produttore
Turi Vasile, “Uno dei miei pochi e grandi amici rimasti ancora a
farmi compagnia”. “A proposito, con lui ho fatto Controrapina,
"The rip off", forse il mio film migliore”. E poi Renato
Castellani, un regista amato al parossismo da Margheriti, metteur en
abime da lui definito “stratosferico e sublime”.
Flutti
di memoria tesi al collasso, duellanti con un trascorso oramai lontano.
Parlava di Leone, e della sua magnifica ossessione per la perfezione e
il dettaglio: “Ragazzi, girava chilometri di Kodak pur di
raggiungere la compiutezza cristallina. Metteva la macchina da presa
ovunque per ottenere il taglio dell’immagine e la prospettiva
migliore. Avessi avuto io tutta quella pellicola a disposizione... Era
un genio, pignolo ed esigente”.
Nella
sua villa di Monterosi il silenzio dominava. Viveva solo, troppo solo,
circondato dal verde. Amava follemente i suoi due cani bianchi e un
gatto persiano sornione e mansueto, aggettivi fondanti il suo carattere,
teso a trasformarsi sul set in professionalità severa ed esigente. “Quando
termina il giorno di riprese chiudo i battenti, stacco la spina, non
penso più al cinema, ho bisogno di respirare, di pensare ad altro.”
Ricordava con aria divertita il suo rapporto conflittuale con gli
oggetti elettronici: “Non sono mai riuscito ad inviare un fax,
inoltre il mio videoregistratore si rompe sempre. E la cosa ancor più
buffa è che le mie videocassette contengono delle copie pessime dei
film che ho girato, alcune si vedono malissimo, altre affatto”.
Raccontò la sua abitudine nello scrivere sceneggiature con la penna,
senza ausilio della macchina da scrivere, con la quale non riuscì mai
ad andare d’accordo. Scriveva di notte, in compagnia di una sigaretta
dopo l’altra, poggiate in verticale sul tavolo, ancora accese e a metà
percorso. Ma poi smise, complice una grave disfunzione cardiaca. Da qui
la sua abitudine nel masticare continuamente gomme americane, “il
mio surrogato della nicotina”.
Un
giorno ebbe un sorriso declinato a tradire un non-detto, per poi farlo
affiorare in superficie con spirito malinconico: “Pochi lo sanno,
per un po’ di tempo ho ricoperto il ruolo di portiere nel Verona
Calcio. E ora mi ritrovo regista”. La consapevolezza del tramonto
ineluttabile era spesso lapalissiana nelle sue osservazioni: “Bava,
Fulci e Freda non ci sono più, mi sento quasi un superstite. Il cinema
di genere è morto. Oramai quelli come me appartengono ad una razza in
estinzione. E’ assurdo, prima passavo quasi inosservato, oggi, invece,
sono persino oggetto di tesi e convegni accademici. Perché, perché
solo ora si accorgono della mia presenza?”.
Passammo
due ore a parlare dell’opera "manniana" The Heat, “un
film pretenzioso, esigente e serioso, ma recitato benissimo”. La
sua scrivania traboccava di progetti, di sogni, tra tutti Spacecoach,
rivisitazione in chiave fantascientifica del film fordiano: “Sarebbe
bello poterlo girare. Chissà, un giorno”.
Per
conto di un produttore portai a Margheriti una sceneggiatura dal titolo
“The templars – The lord of the temple”, scritta in inglese. Il
copione trovò il consenso del regista. I due si sarebbero dovuti
incontrare per testare una possibile realizzazione, ma il tempo decretò
i titoli di coda su di una splendida storia lunga settantadue
anni.
La
sera di un fine ottobre volto al calar del sole, Antonio, contemplando
il lago prospiciente la sua abitazione, abbassò lo sguardo per poi
rialzarlo e osservare: “Quando fumavo lasciavo sempre la sigaretta
a metà, e accesa. Avevo sempre la sensazione di non essere in grado di
terminarla per chissà quale evento fulmineo e imprevedibile. Questa
sorta di tic mi ha sempre fatto pensare a Gastone Moschin, interprete di
un film in cui non riesce a finire una bionda perché vittima di un
omicidio. Un lungometraggio geniale. Qual è il titolo, lo ricorda?”
Non
un solo attimo esitai nel rispondere.
Federico
Patrizi