Ho
conosciuto Antonio Margheriti all’inizio degli anni Novanta: era
uscito di recente un mio libro, scritto come altri con l’amico Antonio
Bruschini, dedicato al cinema fantastico italiano e lo incontrai per
regalargliene una copia. Era un gentiluomo vecchio stile, arguto e
ironico, sempre pronto al sorriso e alla battuta. In quel periodo già
si cominciava a scrivere e a parlare in maniera finalmente positiva del
cinema italiano di genere e questo quasi un po’ lo stupiva, non
pensava che i suoi film meritassero tanta attenzione. Minimizzava, li
chiamava “i miei filmetti”, eppure si vedeva che ci teneva,
specialmente ad alcuni, come " o ",
ma anche i film fantascientifici degli anni Sessanta o un western
anomalo come "E Dio disse a Caino". Bisognava saper
cogliere il segno di ciò che diceva, aldilà dell’autoironia e dei
divertenti aneddoti con i quali arricchiva i suoi ricordi personali. Con
grande semplicità raccontava il rapporto di lavoro con Stanley Kubrick,
che lo aveva chiamato per collaborare agli effetti speciali di 2001
Odissea nello spazio, i suoi film realizzati per le major americane, le
due pellicole ideate da Andy Warhol e co-dirette insieme a Paul Morissey
o gli effetti realizzati nel giardino della sua grande casa fuori Roma.
Fin troppo umile, non si prendeva mai sul serio, ma il cinema era
veramente tutto per lui. Negli ultimi anni è stato protagonista di vari
incontri e rassegne, aveva ricevuto una notevole serie di retrospettive
e omaggi in festival grandi e piccoli, in Italia e all’estero,
soprattutto in Francia. E’ stato ospite d’onore al Torino Film
Festival, ma andava volentieri ovunque, aderendo a iniziative
cinematografiche promosse da giovani fan, un po’ dappertutto. Al
cineclub Detour di Roma, nell’ambito di una rassegna dedicata al
cinema horror italiano, ho avuto il piacere di presentare il suo cinema
insieme a lui davanti a un pubblico attento e partecipe. A marzo del
2002 Margheriti partecipa a un incontro sul cinema fantastico italiano
all’Università La Sapienza di Roma, insieme a Luigi Cozzi, Michele
Soavi, Sergio Stivaletti, Ernesto Gastaldi, Claudio Simonetti.
Nell’estate
del 2002 siamo andati insieme al Festival del cinema indipendente di S.
Agapito, in provincia di Isernia, per la presentazione del documentario
di Paolo Fazzini e Marco Cruciani: "Le ombre della paura - Il
cinema italiano del terrore". Amava moltissimo questi incontri, non
si sottraeva mai alle numerose domande degli appassionati, non si
stancava di ricordare ancora una volta i suoi Criminali della Galassia,
i suoi fantasmi gotici, le sue incredibili avventure. Alla fine di
settembre del 2002 ci siamo nuovamente incontrati a Collesalvetti,
vicino a Livorno, per un concorso di film amatoriali, l’Independent
Horror Festival; era l’ospite d’onore e proiettavano alcuni suoi
film come "Danza macabra" e "Apocalypse domani".
Il presidente della giuria di quel festival era Ruggero Deodato, il suo
antico aiuto regista in svariati film: il loro incontro è stato
realmente emozionante, così come la serata con il pubblico dove
Margheriti si è trovato ancora una volta al centro dell’interesse
generale. Doveva andare ancora al Torino Film Festival, a Bologna per
una rassegna dedicata alla fantascienza, e poi di nuovo in Francia, ma
se n’è andato prima. Era lo stesso presente a Torino, salutato da un
affettuoso applauso, nel documentario Le ombre della paura, e in una
intervista realizzata pochi giorni prima della sua scomparsa.
Viveva
in una casa vicino a un lago, negli ultimi anni da solo dopo la
scomparsa della sua compagna, con due cani pastori maremmani e due
gatti, uno selvaggio e l’altro, bellissimo, persiano. La sua passione,
la passione di tutta la sua vita, è stato il cinema: anche la mattina
in cui si è sentito male, aveva un appuntamento di lavoro. Aveva alcuni
progetti per il suo ritorno al cinema, da cui mancava da alcuni anni,
tra cui una rivisitazione di Carmilla e un fantasy, ricco come sempre di
effetti speciali.
L’hanno
definito artigiano, come di solito usa fare la critica ufficiale quando
scompare un regista come Margheriti, ma è semplicistico e riduttivo
etichettarlo così. In questi tempi dove è sempre più raro,
principalmente in Italia ma anche altrove, riscontrare le essenziali
qualità di un uomo di cinema, Antonio Margheriti rimane soprattutto un
Regista, che conosceva alla perfezione tutti i trucchi e i segreti del
cinema, il suo linguaggio e quello che una volta giustamente si chiamava
“lo specifico filmico”. Ma quando mi capitava di dirgli
qualcosa di simile e di elogiarlo, lui si scherniva, sorrideva
bonariamente, oppure rispondeva con una battuta seguita da quella sua
risata ironica.
E
anche in questo era un grande.
(introduzione
al libro di Fabio Giovannini, Danze macabre - Il cinema di Antonio
Margheriti, Ed. Mystero/Profondo Rosso, 2003)