Antonio
Margheriti ha realizzato film appartenenti a ogni genere cinematografico
in quarant’anni di carriera (peplum, western,
decamerotici, spy movies,
mondo, commedie, avventurosi, thriller, polizieschi, bellici, fantasy),
ma eccelle soprattutto in tre distinti filoni: la fantascienza,
l’orrore gotico e il fantastico-avventuroso.
Come
Mario Bava, Antonio Margheriti ama costruire da sé i modellini, i trucchi e gli
effetti per le sue pellicole, un’autentica passione che gli consente
di realizzare scene con buoni effetti speciali anche in film dal budget
decisamente modesto.
Celato
dietro l’abituale pseudonimo di Anthony M.
Dawson, Margheriti è uno dei primi registi italiani a
cimentarsi nella fantascienza con una serie di film girati a breve
distanza l’uno dall’altro, utilizzando spesso lo stesso cast tecnico-artistico
e i medesimi set: "Space Men" (1960),
"Il pianeta degli uomini spenti" (1961),
"I criminali della galassia" (1965),
"I Diafanoidi vengono da Marte"
(1965), "Il pianeta errante" (1965),
"La morte viene dal pianeta Aytin"
(1965). Ma la passione del regista per il cinema di fantascienza
continua anche negli anni successivi con la rilettura fantascientifica
de "L’isola del tesoro" (1986), film a puntate realizzato per la Rai, con il fantahorror
"Alien degli abissi" (1989) e con il fantastico "Potenza
Virtuale - Virtual Weapon"(1996).
La
fantascienza secondo Antonio Margheriti si diversifica in: space opera
dai toni umanistici (Space Men, curiosamente annunciato come “il primo
western intergalattico”), oppure incentrata su un piano di conquista
spaziale programmato da alieni ormai estinti, ma che continua ugualmente
nel tempo attraverso i loro macchinari (Il pianeta degli uomini
spenti),
orrori celati negli spazi siderali con un delirante mad doctor e i suoi
mostruosi ibridi creati in laboratorio (I criminali della
galassia),
invasione di alieni, appartenenti a un’antichissima razza, che
minacciano il pianeta Terra (I Diafanoidi vengono da
Marte), un pianeta
inteso come una terribile e incombente entità (Il pianeta
errante,
sorta di remake de Il pianeta degli uomini
spenti), contaminazione tra
la space opera e la leggenda dello Yeti, con un’altra invasione di
alieni (La morte viene dal pianeta Aytin).
Nell’ambito
dell’horror gotico degli anni Sessanta Margheriti si distingue
soprattutto con le pellicole "Danza
macabra" (1963) e "Contronatura"
(1969), dove crea memorabili atmosfere di raffinata necrofilia, angoscia
poeiana e larvato lesbismo. Danza macabra, che si basa sulla scommessa
di passare la notte del primo novembre in un castello infestato, è una
storia di fantasmi che ritornano per ripetere inesorabilmente i loro
peccati davanti agli occhi dello sbalordito protagonista, il quale non
può in alcun modo interagire con gli eventi drammatici e sanguinari
accaduti nel passato poiché è nel presente che lui vive. Se, quindi,
il suo ruolo è soltanto quello di atterrito e disperato testimone della
cupa vicenda orrorifica, il finale nasconde più di una inquietante
sorpresa: la giovane e affascinante donna-fantasma (Barbara
Steele,
l’indiscussa regina del gotico italiano) di cui l’uomo si è
innamorato lo salva dagli altri spettri del castello, che vogliono il
suo sangue, quindi svanisce mentre ha termine anche la notte. Ma, quando
infine l’uomo raggiunge il cancello, questo si richiude mortalmente su
di lui, trafiggendolo con le punte di metallo di cui è adornato. Ormai
anche lui uno spettro, il protagonista può ricongiungersi per sempre
con la donna che ama.
A
Danza macabra non è da meno Contronatura dove un gruppo di ambigue
persone, costrette a rifugiarsi all’interno di una villa, fa una
seduta spiritica con i suoi due ospiti, madre e figlio, in cui vengono
rievocate tutte le loro segrete colpe che culminano con la rivelazione
di un delitto per cui sono stati condannati due innocenti. E’ troppo
tardi quando si rendono conto di essere intrappolati dai fantasmi dei
due giustiziati, ritornati dall’aldilà per vendicarsi: una paurosa
alluvione travolge tutti in un apocalittico finale.
Se
questi due film sono i capolavori gotici di Antonio Margheriti vanno
almeno ricordati anche gli altri lavori da lui diretti appartenenti allo
stesso genere: "La vergine di Norimberga"
(1963), con Christopher Lee, a metà strada tra thriller e orrore gotico
e "I lungi capelli della morte"
(1964), storia di streghe e maledizioni, ancora con Barbara
Steele; così
come negli anni successivi sono almeno da segnalare il remake a colori
di Danza macabra intitolato "Nella stretta
morsa del ragno" (1971), con l’allucinato Klaus Kinski
nel ruolo di Edgar Allan Poe, i due film codiretti con
Paul Morissey da
un’idea di Andy Warhol: "Il mostro è in
tavola... barone Frankenstein" (1974) e
"Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete" (1974),
e l’iperviolento horror cannibalico "Apocalypse
domani" (1980).
Il
terzo genere che Margheriti privilegia esplorare è il
fantastico-avventuroso, in cui si specializza nelle risposte italiane ai
kolossal di Spielberg della serie Indiana Jones:
il
regista dirige "I cacciatori del cobra
d’oro" (1982), "I
sopravvissuti della città morta" (1984), "La
leggenda del rubino malese" (1985). Il gusto per lo
spettacolo, l’avventura e l’ironia, accompagnati da effetti speciali
notevoli anche se realizzati sempre artigianalmente, caratterizzano
queste pellicole. In "I sopravvissuti della città morta",
Margheriti anticipa "Indiana Jones e il tempio maledetto" di
Steven Spielberg, con la parte finale ambientata nella caverna sotterranea tra
atmosfere claustrofobiche e una serie di avventure senza respiro
all’interno di un mondo occulto dominato dal male. Ma questo non è
certo il solo esempio di scene realizzate da Margheriti riprese in
seguito da registi americani o inglesi, basti pensare alla cascata di
sangue in Shining di Stanley
Kubrick che si può riscontrare sia nel
fantascientifico I criminali della galassia
(con l’ondata rosso sangue
che si abbatte e distrugge il laboratorio del mad doctor) sia nel gotico
Contronatura (la citata conclusione con la villa spazzata via
dall’enorme alluvione). E le citazioni non finiscono qui: Space Men
anticipa Abbandonati nello spazio (1969) di
John Sturges; in Pulp
Fiction (1994) di Quentin Tarantino il personaggio di
Samuel Jackson che recita
versetti della Bibbia richiama un personaggio del western di Margheriti
Là dove non batte il sole (1974), mentre la medesima, fatidica ondata
di sangue si ritrova anche nel recente fantahorror Punto di non ritorno
(1998) di Paul Anderson.
Margheriti
amava definirsi in maniera divertita come “un’avventuroso regista di
film d’avventura”, ma invece era sicuramente qualcosa di più: lo
spaziare con sicura professionalità da un genere all’altro lo ha
naturalmente portato a dirigere anche film non eccelsi, ma è
altrettanto vero che ha saputo realizzare pellicole raffinate con un
personale linguaggio cinematografico, specie nei generi della
fantascienza e dell’horror, dove la sua genialità artigianale creava
incredibili mondi del futuro e visionarie dimensioni del terrore.
Antonio
Tentori