(La
seguente intervista è stata rilasciata da Ernesto Gastaldi a Federico
Patrizi per questo Sito a Maggio 2003)
D)
Che ricordo hai di Antonio Margheriti?
Ottimo!
Un amico ironico di grande acume e professionalità.
D)
Come e quando lo hai incontrato per la prima volta?
Si
perde nella notte dei tempi... Credo sia stato in occasione de "I
Lunghi Capelli della Morte". Io e Tonino Valerii,
chiacchierando con un produttore, forse alla Cinegay, gli raccontammo la trama
di quella storia, di cui avevamo solo un piccolo soggettino. Carpimmo il suo
interesse, e ci disse che lo avrebbe prodotto, ma gli serviva subito la
sceneggiatura, perché doveva cominciare di lì a pochi giorni, per ragioni
economico-misteriose. 
Mentendo
spudoratamente, dissi che la sceneggiatura era pronta, e lui, felice, rispose
che ci aspettava l'indomani mattina col copione per leggerla insieme. A noi non
restava che scriverla in una notte. Così io e Tonino Valerii, (Bruno Valeri non
esiste, è un refuso dei critici che ci pigliano raramente...) passammo la notte
a scrivere il copione in terrazzo da me, con Mara Maryl che ci faceva batterie
di caffè. Il copione piacque e venne dato ad Antonio che ci convocò nella sua
casa sull'Appia Antica. Io, Antonio e Valerii lavorammo sul copione per alcuni
pomeriggi, limando alcune scene, correggendone altre e venendo incontro alle
esigenze del regista che, credo, incontravo per la prima volta.
Leggo
sul Mereghetti (che forse riporta un giudizio di un certo Pezzotta) che "si
vede che il copione fu scritto giorno per giorno da Tonino Valerii", come
dicevo prima questi compilatori di elenchi telefonici cinematografici arronzano,
e il primo che passa si erge a critico sparando giudizi comici, e non solo, su
quel che cavolo pare a lui del film. Perfino inventandosi fatti mai accaduti:
quel copione scritto a quattro mani in una notte venne poi vagliato e meditato
insieme ad Antonio con alcune lunghe sedute di sceneggiatura prima di cominciare
a girare. Purtroppo sui nostri cosiddetti critici cinematografici c'è solo da
ridere.
Pensa
che la critica de "Il mio nome è Nessuno"
di Oreste Del Buono comincia così: "Non a caso nel film di Sergio Leone è
sepolto Sam Peckimpah".. Intanto il film non è di Sergio Leone, ma è
prodotto da Sergio Leone e diretto da Tonino Valerii, e poi quel nome sulla
lapide di un cimitero Navajo ce lo misi io, e solo perchè il suono del cognome
ricordava qualcosa di indiano e non disponevo di autentici nomi Navajo. Alla
fine rimase lì.... quindi a caso, Oreste, a caso! datti una regolata!
D)
Che rapporto avevate? Siete rimasti amici oppure col passare del tempo...
Con
Antonio ho sempre avuto rapporti di grande simpatia e sul piano professionale di
pieno accordo. Lui era un realizzatore di grande fantasia e quando chiedeva
qualche modifica alle storie era a ragion veduta. Col passar del tempo, e col
calare del lavoro insieme, ovviamente il rapporto si è allentato e diluito, ma
ogni volta che ci si incontrava era una festa.
Inoltre
anche negli anni in cui non abbiamo potuto realizzare film insieme abbiamo avuto
occasione di incontrarci comunque per lavoro: una lunga collaborazione fu quando
Carlo Ponti mi chiamò per scrivere "Il Terremoto di
Messina" un progetto caro ad Antonio da sempre. Un'altra volta fu
quando, sempre Ponti, accarezzò l'idea di Antonio di trarre un film da certi
fumetti in cui cavalieri umani cavalcavano pterosauri. (Il
progetto era tratto dai fumetti fantasy: "Il Mercenario", cha
Margheriti ha tentato più volte di realizzare. N.d.R.)
Un'altra
volta ancora lavorammo a una storia in cui il "cattivo" aveva
inventato una macchina che provocava paurosi uragani e ricattava il mondo,
eccetera. L'ultimo incontro per parlare di lavoro è stato pochi mesi prima
della sua prematura morte, di nuovo per "Il Terremoto di Messina"
perchè il produttore Turi Vasile voleva riprendere in mano il progetto.
D)
Quanto e cosa Margheriti ha dato al cinema di genere?
Ha
dato tanto, perché proprio gli uomini come Antonio Margheriti hanno formato
l'ossatura della "quasi" Industria del cinema italiano.
Antonio
in particolare aveva, tra gli altri talenti, quello di risolvere brillantemente
situazioni produttive spettacolari a costo quasi nullo (l'altro genio in questo
era Mario Bava), a lui ci si rivolgeva per gli effetti speciali che,
all'epoca, erano solo ottici o scenografici e richiedevano una grande padronanza
del mezzo tecnico, una fantasia costruttiva e scientifica fuori dal comune ed
anche una capacità scenotecnica notevolissima.
D)
Credi sia giusto definire Freda, Margheriti e Bava come: la "Triade
fondante del cinema di genere Fanta-horror?
Fondatori
no (ci sono dei classici già nel muto). Però certamente sono stati le punte di
diamante di quel cinema "de paura" che tanti miliardi di valuta
pregiata ha portato nelle casse dello Stato. Per quattro decenni il cinema
giallo-horror ha costituito una garanzia di guadagno per i produttori, poiché i
film di quel genere ebbero un mercato assolutamente mondiale. Così, poi
potevano rischiare qualche milione anche in film dall'esito commerciale meno
sicuro. Io, tra gialli, thriller e horror ne avrò scritti una quarantina e non
ricordo un solo flop. I film diretti da Bava, Freda e Margheriti avevano anche
un marchio di maggiore qualità.
D)
Chi tra loro ha dato di più al nostro cinema... e perché?
Non
voglio fare delle graduatorie: tutti e tre hanno dato moltissimo ed hanno avuto
poco in cambio. In termini di apprezzamento critico, intendo. Purtroppo la
nostra è una pseudo cultura che tende spesso a valorizzare un cinema spesso
onanista, noiosissimo e lo chiama arte. Un cinema sterile, registi presuntuosi
che non hanno mai portato un soldo al botteghino. Mi ricordo
quando i critici nostrani storcevano la bocca se nominavi loro Totò...
All'estero,
nel mondo anglosassone, come in Francia ed in Germania, i nomi di Bava, Freda e
Margheriti sono grandi nomi, si scrivono libri su di loro, ci sono circoli che
proiettano i loro film e orde di giornalisti sono sempre in cerca di interviste
(io ormai sono uno dei sopravvissuti e così mi fioccano addosso...)
D)
Se non erro hai scritto per lui tre film: "I lunghi capelli della Morte",
"I giganti di Roma" e "Operazione Goldman". Quale di questi
senti nato più dalla tua penna e quale meno?
Hai
dimenticato "A 077: Sfida ai Killers" (firmato
da me con il mio pseudonimo americano: Julian Barry). Con "
Operazione Goldman" sarebbero quattro, ma ricordo solo alcune
chiacchierate con Antonio, non so se ho scritto qualcosa. Quello che mi ricordo
con maggiore piacere è stato "I Giganti di
Roma".
Tutti
i film che ho scritto sono usciti dalla mia penna... o meglio dalla mia macchina
per scrivere... e di solito scritti in perfetta solitudine. (I Lunghi Capelli
della Morte, fu una buffa eccezione). A quel tempo i produttori usavano far
scrivere i copioni prima di pensare al regista a cui sottoporli e nei film di
genere poi, quando la mia firma divenne una garanzia di incassi, non volevano
correzioni.
D)
Quali delle pellicole sovracitate è la più fedele a quello che tu hai scritto?
Sul
set il regista doveva spesso rimediare alle carenze produttive e magari era
costretto a cambiare delle cose. In linea generale però non ho mai trovato
grandi cambiamenti ai miei copioni.
D)
Ma riparliamo de: "I lungi Capelli della Morte", come nasce il plot
del film? E' da considerarsi come un ideale seguito di "Danza Macabra",
vista la presenza in entrambe le pellicole di Barbara Steele?
No.
La storia saltò fuori ragionando su vari temi, tra cui ricordo Carmilla o
Mircalla, di Le Fanu mi pare. "Danza Macabra"
non lo ho mai visto. A quell'epoca scrivevo in continuazione, e spesso non avevo
tempo e voglia di andare a vedere i film che avevo scritto, figurarsi gli
altri...
D)
Nella stesura delle sceneggiature Antonio ti lasciava carta bianca o partecipava
in qualche modo?
Come
già detto non funzionava in quel modo: in tutti e tre i film che ho scritto per
Antonio la prima stesura della sceneggiatura era già terminata quando entrava
in scena lui e quindi, dopo una lettura, si trattava di discutere e magari
modificare qualcosa.
Succedeva
a volte (raramente ma succedeva) che, se il regista faceva troppe obiezioni, si
cambiasse il regista piuttosto che il copione perché questo era già stato
approvato dal distributore e dai vari venditori esteri. Capitò anche con la
produzione di Sergio Leone, quando venne allontanato Michele Lupo a sole 2
settimane dall'inizio del film "Il mio nome è
Nessuno" e subentrò Tonino Valerii, che lo diresse benissimo.
D)
Mi ha raccontato Margheriti che all'epoca i suoi film nascevano da sceneggiature
scritte in "toccata e fuga", riguarda anche i tuoi tre lavori per
lui?
Un
grave difetto del cinema italiano è sempre stato quello di non spendere
abbastanza per i testi, e quindi non dare agli scrittori il tempo sufficiente
per una scrittura meditata. Faceva luminosa eccezione Sergio Leone: con lui si
scriveva per mesi, per anni.
Nel
caso dei film che ho scritto per Antonio: dei "I
Lunghi Capelli della Morte" ho già detto (una notte, più una
settimana di revisione collegiale), de "I Giganti di
Roma" un paio di mesi con un confronto stretto con Luciano Martino e
Mino Loy (Antonio è stato chiamato dopo) e per "A077
Sfida ai Killers" una mesata, ma si era ormai nell'orgia delle
copiature degli 007 e
bisognava fare in fretta per battere la concorrenza.
D)
Secondo te, qual'è il più bel film di Antonio nato dai tuoi copioni?
Come
ho detto, a me piacque "I Giganti di Roma".
Era però anche il primo film che scrivevo per Luciano Martino, mio collega
sceneggiatore che debuttava come produttore. Sapevo che c'era in ballo il suo
futuro e una parte dell'eredità anticipatagli dal padre. Cercai di curare molto
quel copione.
L'idea
di usare lo schema de "I Cannoni di Navarone" venne in una
chiacchierata tra me, Luciano Martino e l'altro socio produttore Mino Loy.
Piacque subito e mi impegnai al massimo: riperticai perfino qualche battuta dal
libro Cuore (Cesare è solo Cesare, ma tu sei un eroe...)
D)
E degli altri film di Antonio, non scritti da te, quale preferisci?
Tra
quelli che ho visto non scritti da me, "Spacemen".
Perché ero un patito della fantascienza e spesi 10 anni tentando di convincere
Martino, Ponti, Lombardo, Rizzoli, ecc., a produrre storie con avventure nel
tempo che potevano essere fatte senza eccessiva spesa. Quando uscì "Back
ti the Future" mi venne un gran magone, erano anni che giravo a vuoto con
una storia intitolata "La Fine dell'Eternità" che era molto molto
simile a quella!
Antonio
una volta usò anche un titolo di un raccontino scritto da mia moglie, Mara
Maryl, "Il pianeta degli uomini spenti".
Fu il solo all'epoca a tentare un cinema di fantascienza. Non era la SF
che preferivo io tuttavia amavo anche quella strada.
D)
Ti sarebbe piaciuto sceneggiare qualcuno dei suoi film scritti da altri?
Insomma, un'opera che una volta vista, sentivi particolarmente adatta alle tue
corde creative?
Sì,
alcuni dei film di fantascienza. Dicevo ad Antonio: più storia, più personaggi
e un po' meno trucchi. Ma non mi ha mai chiamato a collaborare a questi film.
Stavamo per farne uno insieme nei primi anni Settanta, avevo ambientato una
storia nel futuro di Roma, si chiamava ROMA 2045 e avevo fatto arrivare il metrò
in una piazza di Spagna piena di gente di ogni razza e colore. Sembrava che si
stesse per fare, ma poi i co-produttori si tirarono indietro. Uno mi disse che
l'unica cosa veramente fantascientifica era il metrò.... poiché a piazza di
Spagna non ci sarebbe stato MAI... (Ovviamente sogghigna
perché a Piazza di Spagna oggi esiste una fermata della Metro. N.d.R.)
D)
"Operazione Goldman" è da considerarsi una rivisitazione
fantascientifica e vagamente fumettistica del mito di James Bond?
Come
ho detto, di questo film girato quasi insieme a "A
077 Sfida ai Killers", non credo di aver scritto nulla, forse uno
scalettone o un trattamento, non ricordo, era un film in coproduzione con la
Spagna e dovevano comunque firmare gli spagnoli per ragioni di coproduzione.
D)
Parliamo allora de:"I giganti di Roma", che fu la tua seconda collaborazione
con Margheriti. Una volta mi ha raccontato di averlo scritto con te, e poi
girato rifacendosi pari pari a "I cannoni di Navarone".
L'idea venne da conversazioni fra me, Luciano Martino e Mino
Loy: i due
si stavano per lanciare nella loro prima produzione ed erano titubanti e pieni
di paura di sbagliare. L'idea dava garanzie di un buon plot: io proposi delle fantastiche
catapulte al posto dei cannoni e si partì. Tutti i registi hanno il vezzo di
chiamare i film "i loro film" e certo lo sono per la parte
realizzativa, tuttavia... Loro sono i registi ma gli scrittori sono Shakespeare!
(Come ebbi a dire anche ad Antonio, che ne rise, alla conferenza tenuta
all'Università La Sapienza nel marzo del 2002 sul cinema Thriller).
Nella
seconda metà degli anni Sessanta scrissi un copione per il grande, grandissimo
Mario Camerini (che mi pareva vecchissimo e aveva gli anni che ho io oggi!) e
dieci anni dopo lo rincontrai sul piazzale medievale di San Felice Circeo. Mario
mi fissò per qualche secondo e poi mi puntò un dito contro e disse "Tu
hai scritto uno dei miei film!". Io sorrisi e scossi il capo "No,
Maestro, è lei che ha diretto una delle mie sceneggiature". Questione di
punti di vista...
Spero
di essere stato abbastanza esauriente per un'intervista sul mio vecchio amico
Antonio.
Ernesto
Gastaldi