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"E
Dio disse a Caino: e che ora tu sia maledetto... Vagherai per la Terra
fuggitivo e vagabondo... " Questo
film Western di Antonio andrebbe ascritto ad un genere diverso e ad
un'epoca diversa. Un film che precorre i tempi, forse troppo in anticipo
per essere compreso dalla critica, che come sempre, non si spreca in elogi
per l'opera di Margheriti. Un film cupo ed orrorifico, con oscure presenze
che aleggiano per tutta la durata del film, in ambientazioni angoscianti,
come il cimitero indiano e la residenza di Acombar. Il film si svolge
praticamente tutto in una notte, durante una tempesta che porta l'arrivo
del "vendicatore" (Klaus
Kinski) che compirà giustizia
uccidendo tutti i predestinati come un fantasma avvolto dalle tenebre,
implacabile ed invincibile come la morte stessa. Come
sottolineato nel libro "Danze
Macabre" di Fabio Giovannini,
"Secondo Angel Sala (in Euro-Western, "Nosferatu"
n.41-42, San Sebastian, ottobre 2002), Clint Eastwood si sarebbe
ispirato proprio a "E Dio disse a
Caino" per il suo pluripremiato "Unforgiven"
(1992)... Klaus
Kinski rende un personaggio fuori dai canoni tradizionali dell'epoca, (come
ho già detto, il film precorre i tempi almeno di un ventennio) con
la sua tipica recitazione istintiva e d'espressione. Infatti Klaus era una
persona molto chiusa ed introversa, e non amava recitare con grossi
dialoghi e sottolineature parlate delle varie emozioni o azioni delle
scene, ma recitava d'istinto, cambiando la scena a seconda delle sue
emozioni in quel momento. Era in grado di rendere emozioni impensabili per
altri attori con un semplice sguardo, con una smorfia, con la sua tipica
piega delle labbra. Credo che nessun altro attore avrebbe potuto incarnare
il personaggio concepito da Antonio meglio di lui. Edoardo
Margheriti |
Scheda
Tecnica
Titolo
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..e Dio disse a
Caino
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Altri Titoli
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And God said to Cain (USA)
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Genere
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Western
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Anno di Produzione
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1969
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Durata
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90'
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B/N - Colore
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C
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Distribuzione
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Panta Cin.ca
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Produzione
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D.C.7 - Peter Carsten
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Regia
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Antonio
Margheriti (Anthony Dawson)
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Soggetto
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Giovanni Addessi
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Sceneggiatura
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Giovanni Addessi
Antonio Margheriti
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Fotografia
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Riccardo Pallottini
Luciano Trasatti
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Scenografie
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Mario Giorsi
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Montaggio
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Nella Nannuzzi
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Musiche
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Carlo Savina
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Cast
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Ruolo
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Gary Hamilton
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Marcella Michelangeli
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Maria
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Peter Carsten
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Acombar
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Maria Luisa Sala
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Rosy
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Fratello Santamaria
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Antonio Cantafora
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Dick
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Lee Burton
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Fratello Santamaria
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Trama
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dal sito: www.cinematografo.it |
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In
seguito alle false accuse di Acombar, suo uomo di fiducia, Gary Hamilton,
ufficiale dell'esercito nordista, viene condannato ai lavori forzati, come
assassino, a scopo di rapina, di un colonnello capo di una scorta militare
a un carico d'oro. Dieci anni dopo, graziato e liberato, Gary torna al
paese natio, deciso a vendicarsi del suo accusatore, che ha accumulato nel
frattempo straordinarie ricchezze. Incontrato sulla diligenza il giovane
Dick, figlio di Acombar, il quale è all'oscuro di tutto, Gary lo incarica
di avvertire il padre del suo prossimo arrivo. Ricevuto il messaggio,
Acombar ordina ai suoi uomini di impedire ad ogni costo che Hamilton
giunga in paese. Ma Gary, dopo essersi nascosto in un vecchio cimitero
indiano, approfittando di un violento tornado che impedisce la visibilità,
non solo sfugge alle ricerche degli sgherri di Acombar ma, ad uno ad uno,
riesce ad eliminarli tutti. Conoscituta la verità sul proprio padre, Dick
decide di schierarsi egualmente al suo fianco ma, per un tragico errore,
dovuto alla paura, Acombar lo uccide, per cadere a sua volta, ormai solo,
sotto i colpi di Gary. Compiuta la sua vendetta, questi abbandona il
paese, lasciando agli abitanti tutto l'oro accumulato da Acombar. |
Curiosità e Racconti
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Antonio
lavorò in questo film per la prima volta con Klaus Kinski, un attore notoriamente
difficile, bizzoso ed irascibile, con atteggiamenti da bambino capriccioso
che testa i genitori per vedere fino a che punto può tirare la corda
prima che si spezzi.
Per sua sfortuna Antonio non aveva un carattere
facile sul set e non gli era da meno, per cui la "corda" si
spezzò dopo pochissimi giorni di riprese: stavano girando dentro delle
caverne, quando Kinski ebbe una delle sue crisi da "primadonna" e
stava per lasciare il set. Antonio non ci vide più dalla rabbia e
cominciò ad insultarlo, arrivando anche a tirarli dietro uno dei fucili
di scena. Curiosamente, questo gesto accrebbe smisuratamente il rispetto
di Kinski per Antonio e tornò sul set docile come un cagnolino,
completando il film senza dargli ulteriori fastidi.
Klaus era un
"animale" da cinema, e probabilmente voleva sentirsi
"dominato" dalla persona preposta a dirigerlo. Infatti in
seguito ebbe un rapporto straordinario con Antonio, lavorando in molti
altri suoi film. Credo che Antonio Margheriti e Werner Herzog furono i soli due registi a
creare un rapporto di superiorità, e conseguentemente di collaborazione e
stima, con Klaus Kinski.
Io stesso ho avuto dei grossi diverbi con lui sul
set di "Wild Rainbow" dove ero Aiuto Regista e sono stato
trattenuto dal saltargli al collo, ma è un'altra storia e magari ve la
racconterò dopo.
Edoardo
Margheriti
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Recensioni
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Di:
Federico Patrizi
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"E
Dio disse a Caino" si erge ad esplicita dichiarazione
poetica e autoriale di intenti. E’ la messa in onda di un regime
espressivo teso a non rimanere irretito nelle maglie di un genere, che nel
’69 era oramai deframmentato e cristallizzato in precisi codici
artistici nostrani rasentanti il manierismo. Margheriti porta al
parossismo il proprio stile, contaminando il western con l’horror,
rinnovando e destrutturando il genere in questione dall’interno, per poi
giungere al sommo rischio di una alterazione adita a collassare in un
ibrido originale e per questo seminale. La volontà del regista è quella
di non chiudersi dentro supporti filmici precostituiti, lasciando così
spazio alla deriva progettuale di costruzioni codificate. Nella stessa
impresa innovativa si erano già cimentati registi come, ad esempio, Fulci
e Questi: processo cumulativo risoltosi in
"Se
sei vivo spara", film per certi versi epocale, decretante
la possibilità di affondare il western italico sino poi a farlo rinascere
in vesti iper violente, deliranti e incubiche. "E
Dio disse a Caino" è unito al genere da un filo spezzato,
complice l’utilizzo di segni espressivi non appartenenti al suddetto.
Insomma, un mondo a parte, dove la luce del sole lascia spazio al buio e
al vento, e i chiaroscuri nascondono, celano il pericolo, mentre il
dettaglio di gocce cadenti e il suono di una campana con appeso un
cadavere cadenzano il ritmo di una vendetta ineluttabile. "E
Dio disse a Caino" è anche un titolo cortocircuitante con
il contenuto che racchiude, perché nel film di Margheriti Dio non c’è,
non esiste, e il regista lo dichiara popolando la sua pellicola di un
passato che non vuol rimanere tale, mosso dalle fila di “un fantasma che
torna”, che ripudia un prete perché troppo giovane per essere suo
padre. In effetti, uno dei principi strutturali su cui l’opera poggia è
quello della conflittualità, della contrapposizione di forze. Tutti i
temi contengono il loro contrario: come il male lotta con il bene, così
il cielo è contrapposto all’Inferno, decretato dalla vendetta
iperbolica e immediata; la natura è contrapposta alla non-natura, il
giorno alla notte, la luce all’oscurità, il paesaggio immenso e
l’orizzonte a un paese dimentico del mondo.
Non
è un caso se il regista con il passare del tempo accostò il film, non
prima di averlo rivalutato, al "Macbeth" di Shakespeare. Una
dicotomia possibile, raffigurante analogie oggettive. Acombar e Maria
uniscono le proprie vite colpendo a tradimento Gary Hamilton, tessendo
quasi pedissequamente le gesta dei malvagi Macbeth. E proprio Lady Macbeth,
come la Maria di Acombar, è la prima a riconoscere che una vendetta è in
atto, mossa da “un fantasma” figlio di un atto indicibile che fu. La
tragedia shakespeariana mostra un mondo sommerso, figlio delle tenebre e
del buio: siamo sempre dalle parti della pellicola di Margheriti, dove i
conti non tornano mai e le regole non hanno regole, grazie a slittamenti
semantici e ignoranti stilemi pronti in ogni momento a depistare, ad
invertire la rotta di trecentosessanta gradi. Un western scalciante, dove
tutto è possibile. “Il produttore Giovanni
Addessi e io abbiamo scritto il copione con la chiara volontà di uscire
dal genere, di sottrarci al già visto. E poi, non ho mai amato seguire i
dettami. Mi piace fondere più registri, lo faccio in quasi ogni mio film:
sono un ribelle”.
L’humus
di "E Dio disse a Caino" non
contiene un’immagine totale, perché questa si rifrange in mille
immagini particolari, e tutte presentate per dare un’unica, complessa,
lacerante immagine che è quella del senso di morte incombente. Tante
immagini impazzite, ricche di dettagli, discendenti di un genere
differente – comunque preso in prestito: tendine e specchi atti a
confondere e nascondere, corpi immersi nel buio, in movimento e pronti al
massacro, preti somiglianti a cariatidi umane, morti viventi prigionieri
del destino. Un mondo privo di eroi, dove l’epilogo dichiara la propria
sconfitta non mostrando vincitori, bensì morti e un potenziale zombi che
dal passato viene e nel passato torna. A conti fatti una scommessa finita
bene, vinta a tutti gli effetti. Un lavoro sperimentale coraggioso e
confezionato molto bene, scritto “in due giorni e limato in meno di una
settimana, anche se forse, nel rivederlo oggi, pare un po’ datato”. Un
film il cui tempo narrativo è dilatato all’inverosimile, imperniato in
un gioco di surplesse e suspance tese all’atto finale e risolutivo, vero
e proprio climax che chiude ogni conto tra passato e presente. Un finale
memore de La Signora di Shanghai e Citizen Kane: “Volevo
citare Welles, un regista che ho sempre amato e stimato, così ebbi
l’idea degli specchi per il duello finale”. Ergo, ancora una
volta il gioco di rimandi, citazioni, collisioni pienamente riuscite. Un
grande palazzo, per nulla popolare, che si regge benissimo tuttora.
Federico
Patrizi |
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