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Antonio Margheriti .com

 

 

 

 

 

 

"..e Dio disse a Caino"

"..And God said to Cain"

Italia - (1969)

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"E Dio disse a Caino: e che ora tu sia maledetto... Vagherai per la Terra fuggitivo e vagabondo... "

Questo film Western di Antonio andrebbe ascritto ad un genere diverso e ad un'epoca diversa. Un film che precorre i tempi, forse troppo in anticipo per essere compreso dalla critica, che come sempre, non si spreca in elogi per l'opera di Margheriti. Un film cupo ed orrorifico, con oscure presenze che aleggiano per tutta la durata del film, in ambientazioni angoscianti, come il cimitero indiano e la residenza di Acombar. Il film si svolge praticamente tutto in una notte, durante una tempesta che porta l'arrivo del "vendicatore" (Klaus Kinski) che compirà giustizia uccidendo tutti i predestinati come un fantasma avvolto dalle tenebre, implacabile ed invincibile come la morte stessa. 

 

Come sottolineato  nel libro "Danze Macabre" di Fabio Giovannini,  "Secondo Angel Sala (in Euro-Western, "Nosferatu" n.41-42, San Sebastian, ottobre 2002), Clint Eastwood si sarebbe ispirato proprio a "E Dio disse a Caino" per il suo pluripremiato "Unforgiven" (1992)...  

 

Klaus Kinski rende un personaggio fuori dai canoni tradizionali dell'epoca, (come ho già detto, il film precorre i tempi almeno di un ventennio) con la sua tipica recitazione istintiva e d'espressione. Infatti Klaus era una persona molto chiusa ed introversa, e non amava recitare con grossi dialoghi e sottolineature parlate delle varie emozioni o azioni delle scene, ma recitava d'istinto, cambiando la scena a seconda delle sue emozioni in quel momento. Era in grado di rendere emozioni impensabili per altri attori con un semplice sguardo, con una smorfia, con la sua tipica piega delle labbra. Credo che nessun altro attore avrebbe potuto incarnare il personaggio concepito da Antonio meglio di lui.  

 

Edoardo Margheriti

 

Scheda Tecnica

 

Titolo

..e Dio disse a Caino

Altri Titoli

And God said to Cain (USA)

Genere

Western

Anno di Produzione

1969

Durata

90'

B/N - Colore

C

Distribuzione

Panta Cin.ca

Produzione

D.C.7 - Peter Carsten

Regia

Antonio Margheriti (Anthony Dawson)

Soggetto

Giovanni Addessi

Sceneggiatura

Giovanni Addessi 

Antonio Margheriti

Fotografia

Riccardo Pallottini 

Luciano Trasatti

Scenografie

Mario Giorsi

Montaggio

Nella Nannuzzi

Musiche

Carlo Savina

Cast

Klaus Kinski

Ruolo

Gary Hamilton

Marcella Michelangeli

Maria

Peter Carsten

Acombar

Maria Luisa Sala

Rosy

Alan Collins (Luciano Pigozzi)

Fratello Santamaria

Antonio Cantafora

Dick

Lee Burton

Fratello Santamaria

 

Trama

dal sito: www.cinematografo.it

In seguito alle false accuse di Acombar, suo uomo di fiducia, Gary Hamilton, ufficiale dell'esercito nordista, viene condannato ai lavori forzati, come assassino, a scopo di rapina, di un colonnello capo di una scorta militare a un carico d'oro. Dieci anni dopo, graziato e liberato, Gary torna al paese natio, deciso a vendicarsi del suo accusatore, che ha accumulato nel frattempo straordinarie ricchezze. Incontrato sulla diligenza il giovane Dick, figlio di Acombar, il quale è all'oscuro di tutto, Gary lo incarica di avvertire il padre del suo prossimo arrivo. Ricevuto il messaggio, Acombar ordina ai suoi uomini di impedire ad ogni costo che Hamilton giunga in paese. Ma Gary, dopo essersi nascosto in un vecchio cimitero indiano, approfittando di un violento tornado che impedisce la visibilità, non solo sfugge alle ricerche degli sgherri di Acombar ma, ad uno ad uno, riesce ad eliminarli tutti. Conoscituta la verità sul proprio padre, Dick decide di schierarsi egualmente al suo fianco ma, per un tragico errore, dovuto alla paura, Acombar lo uccide, per cadere a sua volta, ormai solo, sotto i colpi di Gary. Compiuta la sua vendetta, questi abbandona il paese, lasciando agli abitanti tutto l'oro accumulato da Acombar.

Curiosità e Racconti

Antonio lavorò in questo film per la prima volta con Klaus Kinski, un attore notoriamente difficile, bizzoso ed irascibile, con atteggiamenti da bambino capriccioso che testa i genitori per vedere fino a che punto può tirare la corda prima che si spezzi. 

 

Per sua sfortuna Antonio non aveva un carattere facile sul set e non gli era da meno, per cui la "corda" si spezzò dopo pochissimi giorni di riprese: stavano girando dentro delle caverne, quando Kinski ebbe una delle sue crisi da "primadonna" e stava per lasciare il set. Antonio non ci vide più dalla rabbia e cominciò ad insultarlo, arrivando anche a tirarli dietro uno dei fucili di scena. Curiosamente, questo gesto accrebbe smisuratamente il rispetto di Kinski per Antonio e tornò sul set docile come un cagnolino, completando il film senza dargli ulteriori fastidi. 

 

Klaus era un "animale" da cinema, e probabilmente voleva sentirsi "dominato" dalla persona preposta a dirigerlo. Infatti in seguito ebbe un rapporto straordinario con Antonio, lavorando in molti altri suoi film. Credo che Antonio Margheriti e Werner Herzog furono i soli due registi a creare un rapporto di superiorità, e conseguentemente di collaborazione e stima, con Klaus Kinski. 

 

Io stesso ho avuto dei grossi diverbi con lui sul set di  "Wild Rainbow" dove ero Aiuto Regista e sono stato trattenuto dal saltargli al collo, ma è un'altra storia e magari ve la racconterò dopo. 

 

Edoardo Margheriti

 

Recensioni

Di: Federico Patrizi

"E Dio disse a Caino" si erge ad esplicita dichiarazione poetica e autoriale di intenti. E’ la messa in onda di un regime espressivo teso a non rimanere irretito nelle maglie di un genere, che nel ’69 era oramai deframmentato e cristallizzato in precisi codici artistici nostrani rasentanti il manierismo. Margheriti porta al parossismo il proprio stile, contaminando il western con l’horror, rinnovando e destrutturando il genere in questione dall’interno, per poi giungere al sommo rischio di una alterazione adita a collassare in un ibrido originale e per questo seminale. La volontà del regista è quella di non chiudersi dentro supporti filmici precostituiti, lasciando così spazio alla deriva progettuale di costruzioni codificate. Nella stessa impresa innovativa si erano già cimentati registi come, ad esempio, Fulci e Questi: processo cumulativo risoltosi in  "Se sei vivo spara", film per certi versi epocale, decretante la possibilità di affondare il western italico sino poi a farlo rinascere in vesti iper violente, deliranti e incubiche. "E Dio disse a Caino" è unito al genere da un filo spezzato, complice l’utilizzo di segni espressivi non appartenenti al suddetto. Insomma, un mondo a parte, dove la luce del sole lascia spazio al buio e al vento, e i chiaroscuri nascondono, celano il pericolo, mentre il dettaglio di gocce cadenti e il suono di una campana con appeso un cadavere cadenzano il ritmo di una vendetta ineluttabile. "E Dio disse a Caino" è anche un titolo cortocircuitante con il contenuto che racchiude, perché nel film di Margheriti Dio non c’è, non esiste, e il regista lo dichiara popolando la sua pellicola di un passato che non vuol rimanere tale, mosso dalle fila di “un fantasma che torna”, che ripudia un prete perché troppo giovane per essere suo padre. In effetti, uno dei principi strutturali su cui l’opera poggia è quello della conflittualità, della contrapposizione di forze. Tutti i temi contengono il loro contrario: come il male lotta con il bene, così il cielo è contrapposto all’Inferno, decretato dalla vendetta iperbolica e immediata; la natura è contrapposta alla non-natura, il giorno alla notte, la luce all’oscurità, il paesaggio immenso e l’orizzonte a un paese dimentico del mondo. 

 

Non è un caso se il regista con il passare del tempo accostò il film, non prima di averlo rivalutato, al "Macbeth" di Shakespeare. Una dicotomia possibile, raffigurante analogie oggettive. Acombar e Maria uniscono le proprie vite colpendo a tradimento Gary Hamilton, tessendo quasi pedissequamente le gesta dei malvagi Macbeth. E proprio Lady Macbeth, come la Maria di Acombar, è la prima a riconoscere che una vendetta è in atto, mossa da “un fantasma” figlio di un atto indicibile che fu. La tragedia shakespeariana mostra un mondo sommerso, figlio delle tenebre e del buio: siamo sempre dalle parti della pellicola di Margheriti, dove i conti non tornano mai e le regole non hanno regole, grazie a slittamenti semantici e ignoranti stilemi pronti in ogni momento a depistare, ad invertire la rotta di trecentosessanta gradi. Un western scalciante, dove tutto è possibile. “Il produttore Giovanni Addessi e io abbiamo scritto il copione con la chiara volontà di uscire dal genere, di sottrarci al già visto. E poi, non ho mai amato seguire i dettami. Mi piace fondere più registri, lo faccio in quasi ogni mio film: sono un ribelle”

 

L’humus di "E Dio disse a Caino" non contiene un’immagine totale, perché questa si rifrange in mille immagini particolari, e tutte presentate per dare un’unica, complessa, lacerante immagine che è quella del senso di morte incombente. Tante immagini impazzite, ricche di dettagli, discendenti di un genere differente – comunque preso in prestito: tendine e specchi atti a confondere e nascondere, corpi immersi nel buio, in movimento e pronti al massacro, preti somiglianti a cariatidi umane, morti viventi prigionieri del destino. Un mondo privo di eroi, dove l’epilogo dichiara la propria sconfitta non mostrando vincitori, bensì morti e un potenziale zombi che dal passato viene e nel passato torna. A conti fatti una scommessa finita bene, vinta a tutti gli effetti. Un lavoro sperimentale coraggioso e confezionato molto bene, scritto “in due giorni e limato in meno di una settimana, anche se forse, nel rivederlo oggi, pare un po’ datato”. Un film il cui tempo narrativo è dilatato all’inverosimile, imperniato in un gioco di surplesse e suspance tese all’atto finale e risolutivo, vero e proprio climax che chiude ogni conto tra passato e presente. Un finale memore de La Signora di Shanghai e Citizen Kane: “Volevo citare Welles, un regista che ho sempre amato e stimato, così ebbi l’idea degli specchi per il duello finale”. Ergo, ancora una volta il gioco di rimandi, citazioni, collisioni pienamente riuscite. Un grande palazzo, per nulla popolare, che si regge benissimo tuttora.

 

Federico Patrizi

                  

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